
Nel mio lavoro in campo, ormai da molti anni, vengo contattata quasi esclusivamente per affrontare problematiche con cani che provengono da percorsi di addestramento di tipo classico e che, nonostante l’impegno dei proprietari, si sono rivelati fallimentari.
Perché succede?
La semplificazione dell’individualità
Una prima risposta riguarda la comunicazione con il proprietario. Insegnare al cane a star seduto, per esempio, non risponde alla richiesta concreta di non farlo saltare addosso alle persone durante una passeggiata. Quando il proprietario si rende conto che il percorso seguito non ha risposto ai suoi bisogni reali, spesso si allontana perché non si è sentito ascoltato.
Un’altra delle ragioni è che ogni cane possiede un proprio modo di percepire il mondo, di elaborare le esperienze e di reagire alle difficoltà. Nei percorsi di addestramento, però, ciò che accade è che, a cani profondamente diversi tra loro, vengono applicati gli stessi strumenti e le stesse modalità di lavoro.
Che si tratti dell’uso del collare a strozzo per ottenere una condotta impeccabile al guinzaglio o dell’uso sistematico del cibo per insegnare i comandi di base, la logica rimane la stessa, e cioè lavorare sull’associazione tra comportamento e conseguenza, utilizzando punizione o ricompensa come leva principale dell’apprendimento.
Quando il vissuto non viene ascoltato
Cosa significa impostare un percorso riabilitativo basato su un collare a strozzo con un cane che ha subito maltrattamenti? Significa trasformare l’espressione della paura in qualcosa da bloccare con uno strumento che in modo oggettivo, toglie il respiro.
E cosa significa negare il cibo come conseguenza educativa a un cane che ha vissuto anni di privazione in canile? Significa riattivare una memoria traumatica chiedendo allo stesso tempo collaborazione e fiducia.
Se ritengo che questo sia un abominio in un’ottica di recupero comportamentale, è facile immaginare quanto possa essere difficile, per me, accettare che gli stessi metodi vengano applicati alla mente sensibile di un cucciolo.
Come il cane impara a stare nel mondo
Oggi sappiamo, grazie agli studi di etologia e di psicologia comparata, che ogni mammifero, e quindi anche il cane, apprende attraverso molteplici canali. In un contesto naturale il cucciolo non viene mai lasciato solo ad affrontare il mondo. Ogni informazione nuova, un rumore, un movimento, un cambiamento dell’ambiente, viene prima filtrato attraverso la presenza e lo sguardo degli adulti di riferimento. Questo tipo di apprendimento, chiamato apprendimento sociale, permette al cane di orientarsi nel mondo. Il cane apprende anche attraverso l’esperienza diretta, prove ed errori, attraverso l’intuizione e, naturalmente, attraverso l’associazione causa ed effetto, quindi il condizionamento.
Il condizionamento è quindi uno degli strumenti dell’apprendimento, non l’unico. Ridurre l’apprendimento a una sola modalità significa non considerare la meravigliosa complessità della mente del cane, in parole povere significa considerarlo stupido.
Cos’è il condizionamento
Il condizionamento è uno strumento di apprendimento semplice ed efficace, il cane associa un segnale a una conseguenza e impara a reagire anticipatamente.
Può essere una conseguenza negativa nel caso di un collare a strozzo o una conseguenza positiva nel caso in cui si utilizza del cibo, in questo’ ultimo caso si imposta una sequenza di lavoro simile a questa:
- Chiedo al cane di eseguire un comando
- clic del clicker
- cibo
Questo tipo di lavoro non insegna al cane solo a sedersi, insegna al cane soprattutto che il mondo funziona per segnali automatici: quando sento quel suono, succede qualcosa.
Quando il condizionamento viene utilizzato in forma negativa, quindi la punizione, il risultato è spesso un cane inibito. Un cane che si comporta bene non perché ha capito, ma perché ha imparato a non esprimersi.
Quando invece viene utilizzato esclusivamente un condizionamento cosiddetto positivo, il risultato non è necessariamente più sano. Il cane impara a leggere l’ambiente come una sequenza di indizi da anticipare, non come uno spazio relazionale in cui confrontarsi con l’altro.
In entrambi i casi, se il condizionamento diventa l’unico strumento utilizzato, ciò che viene sacrificato è lo sviluppo di una mente attiva e partecipe. Il cane non viene accompagnato a capire cosa sta accadendo, ma solo quando reagire.
Un sistema sempre in allerta
Nel mio lavoro non incontro solo cani con un vissuto traumatico, ma anche cani adulti che, a seguito di un semplice percorso di addestramento, hanno imparato ad anticipare ogni mossa del proprietario. Non aspettano quindi una richiesta, non cercano uno scambio, semplicemente reagiscono a un suono. Così il clic del gancio del guinzaglio, per molti cani, significa immediatamente “via libera”, anche quando sono ancora agganciati. Il rumore della zip del giubbotto diventa “si esce”, così come l’apertura di un cancello durante una passeggiata equivale a “sta arrivando un altro cane”, e il nostro cane al guinzaglio abbaia convinto anche quando, dall’altra parte, non c’è nessuno.
Queste reazioni sono la naturale conseguenza di un percorso impostato facendo leva su un solo strumento dell’apprendimento, il condizionamento e per quanto possano sembrarci normali o addirittura funzionali, queste manifestazioni raccontano in realtà di un sistema costantemente in allerta. Il cane è sempre pronto a reagire, a cogliere il segnale successivo, motivo per cui, diventa per lui difficile rilassarsi davvero. Il cane fatica a fermarsi, a sostare, a lasciare andare il controllo sull’ambiente. Rimane in una continua richiesta di indicazioni e di conferme.
Oltre il condizionamento
Andare oltre il condizionamento significa smettere di considerarlo l’unico strumento possibile. Nel mio lavoro questo significa privilegiare ed esplorare la potenza comunicativa della relazione interspecifica. Significa creare le condizioni perché il cane possa sviluppare capacità di regolazione e di scelta, anche attraverso una comunicazione chiara e esercizi pensati non per ottenere risposte automatiche, ma per favorire integrazione e adattamento. Aiutare il cane a fare affidamento sulla persona come punto di riferimento stabile, senza rinunciare alla possibilità di leggere il contesto e di relazionarsi in modo corretto.
Conclusione
Il comportamento del cane quindi non nasce solo da associazioni meccaniche. Ciò che un cane diventa è il risultato dell’incontro tra ciò che porta con sé, le esperienze che vive, la qualità delle relazioni che costruisce e il contesto in cui cresce e si sviluppa.
Ridurre l’apprendimento a un unico strumento significa ignorare questa complessità e rinunciare a comprendere davvero il cane come individuo.
Jessica Orobello
Riferimenti
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