
Nel mio lavoro di osservazione sul campo, durante gli anni trascorsi a studiare il comportamento dei cani inselvatichiti, una parte centrale della mia ricerca è stata dedicata alla comprensione della loro struttura sociale.
La struttura sociale naturale del cane è una struttura familiare, composta da madre, padre, fratelli maggiori e minori e, talvolta, da altri adulti di riferimento come zii o individui più anziani. In questo contesto, il cucciolo non viene mai lasciato solo ad affrontare il mondo esterno.
Ogni informazione, un rumore, un animale, un cambiamento dell’ambiente, viene prima filtrata attraverso lo sguardo degli adulti.
Il cucciolo osserva gli adulti e attraverso quello sguardo chiede: “C’è da aver paura?”
Se gli adulti rimangono tranquilli, la risposta è chiara: “È tutto ok.”
Se invece si allontanano, il messaggio è altrettanto chiaro: “C’è da aver paura.”
È così che apprende un cucciolo in un contesto naturale, ed è, sostanzialmente, lo stesso modo in cui apprende quando entra nelle nostre case. Questo tipo di apprendimento si chiama apprendimento sociale.
Apprendimento sociale
“L’apprendimento sociale è qualcosa di speciale: ti fornisce informazioni memorizzate nel cervello di altri individui.
Uno nasce con geni provenienti da due genitori soltanto; per contro, può apprendere quello che intere generazioni hanno già compreso.”
Carl Safina dal libro– Animali non umani
Questa frase rende esplicito un punto per me fondamentale: il comportamento non è solo il risultato della selezione genetica, ma è anche il frutto dell’apprendimento.
Il cane, quindi, non è soltanto ciò per cui è stato selezionato, ma è ciò che ha appreso, e continua ad apprendere, attraverso l’esperienza diretta e la relazione con gli altri.
A differenza del lupo e di altre specie selvatiche, che possiedono un apparato relazionale orientato prevalentemente all’apprendimento tra conspecifici, il cane ha sviluppato un apparato relazionale che gli consente di apprendere anche attraverso la relazione con l’essere umano.
Apprendimento esperienziale
Con la mia Shawnee, cane lupo di Saarloos, adottata dal Rescue circa un anno e mezzo fa, oltre al lavoro relazionale svolto nel tempo, sto lavorando oggi soprattutto offrendole la possibilità di fare esperienze ben strutturate.
Il suo arrivo a casa è stato infatti seguito da un vero e proprio crollo psichico, inizialmente mostrava paura verso qualsiasi cosa, persone, cani e rumori di ogni tipo, anche i più banali all’interno dell’ambiente domestico, come il sibilo di uno spiffero d’aria che filtrava da sotto le porte.
Fare esperienze ben strutturate significa per me creare le condizioni affinché le informazioni possano essere riconosciute, confrontate e integrate, fino a diventare parte di una mappa interna stabile e coerente. In modo molto semplice quindi: se troviamo un sentiero in montagna in cui entrambe ci sentiamo a nostro agio, torniamo su quel sentiero più e più volte, in tutte le stagioni. Quando il sentiero è ormai conosciuto, lo percorriamo al contrario o iniziamo a esplorare deviazioni nuove per poi ritrovare il punto di partenza.
Non si tratta di fare cose sempre diverse, ma di organizzare le informazioni, rielaborarle e renderle coerenti. Questo è apprendimento esperienziale, un processo complesso che coinvolge memoria spaziale, orientamento e cognizione ambientale.
Al rientro dalle escursioni, Shawnee mostra una maggior sicurezza anche in quei contesti che in precedenza le risultavano difficili da affrontare. Questo accade perché esperienze ben strutturate contribuiscono a costruire una mappa interna più stabile, che può essere utilizzata anche in situazioni di vulnerabilità emotiva.
Come il cane impara dalla relazione
Questo tipo di apprendimento non avviene solo attraverso l’esperienza diretta. Dal momento in cui Shawnee ed io affrontiamo un percorso insieme, il suo apprendimento dipende anche da ciò che faccio io o da cosa non faccio (per scelta o per errore), da come interpreto la situazione e da come la guido attraverso la mia esperienza.
In altre parole, il cane non apprende solo che cosa fare, ma anche come stare in una situazione, come orientarsi e come regolare le proprie risposte emotive osservando l’altro.
È proprio per questo che un lavoro basato sull’accumulo di esperienze scollegate risulta, a mio avviso, poco efficace. Il rischio, in questi casi, non è la mancanza di stimoli, ma l’eccesso di informazioni disorganizzate, che genera confusione anziché consapevolezza. Approfondiremo questo argomento su un articolo dedicato soprattutto ai cuccioli, ad ogni modo, alla luce di ciò che ho voluto condividere in questo spazio, è nuovamente lecito domandarsi se vogliamo ancora illuderci del fatto che un’educazione centrata sull’insegnamento di alcuni comandi base come seduto, terra, piede, possa essere sufficiente per rendere un cane un individuo completo, in grado di muoversi nel mondo in armonia ed equilibrio con ciò che lo circonda.
Conclusione
Nell’educazione del cucciolo, ma anche del cane adulto, la domanda da porsi è semplice:
- In che modo ogni esperienza contribuisce alla sua crescita?
- Cosa sta apprendendo realmente?
- Cosa gli stiamo insegnando, in quella mezz’ora all’area cani in cui insegue sempre e solo una pallina?
Scegliere esperienze significative aiuta il cane a costruire la propria identità, sviluppare un profilo emotivo stabile e orientarsi nel mondo con fiducia. Il ruolo dell’educatore cinofilo, in questo contesto, diventa centrale nel guidare cane e persona verso una relazione più consapevole e rispettosa della meravigliosa mente del nostro migliore amico, il cane.
Jessica Orobello
Riferimenti
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